Carlo Previdi - Ludovico Castelvetro tra erudizione, turbolenze e sospetti di eresia


Riflessioni sulla vita e le opere di una delle maggiori e controverse personalità della cultura italiana e modenese del XVI secolo


Oggigiorno, camminando per le vie della loro città, spesso i Modenesi non conoscono gli illustri personaggi ai quali sono dedicate, forse perché finiti in gran parte ed ingiustamente nel dimenticatoio, magari per essere stati poco o nulla considerati ed approfonditi nelle stesse scuole “geminiane” svolte, oppure per altri motivi ancora. In questo senso, nemmeno una fondamentale figura come Ludovico Castelvetro, spirito battagliero, cagionevole di salute, ragguardevole poeta, filologo, critico e docente del XVI secolo, fa eccezione.

Appartenente alla nobile famiglia dei Castelvetro, Ludovico nasce a Modena nel 1505 da Giacomo, facoltoso banchiere e mercante, e da Bartolomea Della Porta. Fin da giovanissimo riceve dotte lezioni dai noti letterati modenesi Panfilo Sassi e Dionigi Tribraco, ma ben presto, per volere del padre, si dedica agli studi di Legge presso gli atenei di Bologna, Ferrara, Padova e Siena, dove consegue la laurea in Giurisprudenza. Tuttavia, le Lettere e la Filosofia sono spesso al centro dei suoi interessi, come quando, a Padova, tra il 1519 ed il 1524, vi si dedica con approfondimento per merito di personalità del tipo di Sperone Speroni, degli aristotelici Nicolò Leonico Tomeo e Marcantonio Passera e dell’antiaristotelico Girolamo Cardano. A Siena, tra l’altro, si relaziona con eruditi dello spessore di Marcello Cervini, Bernardino Maffei, Alessandro Piccolomini e diviene membro dell’Accademia degli Intronati.
Di fatto, in questo prolungato periodo lontano da Modena, il Castelvetro, spirito incline alla polemica ed alla concitazione, va via via ad inserirsi tra gli esponenti di una importante area culturale del Cinquecento contraria al Rinascimento di impronta umanistica ed ariostesca ed incline ad una libera interpretazione dei principi cristiani. Secondo il letterato modenese Francesco Forciroli, vissuto tra il XVI ed il XVII secolo, “Messer Lodovico Castelvetro passò la sua gioventù in compagnia di nobili, costumate et letterate persone in Bologna, in Padova, in Ferrara, in Siena, in Roma, et apparò d’armeggiare // con esse loro, et si esercitò in saltare, in lanciare il palo di ferro, o ‘l mattone in notare, et in simili fatiche oneste per mantenere sano et gagliardo il corpo, et per addestrarlo, et per ricrear la mente et per isvegliarla: lo scrive l’istesso Castelvetro”.

Dal 1529, dopo una parentesi romana, a cui fa cenno il Forciroli e che vede il Nostro rifiutare una carriera ecclesiastica preparatagli dallo zio materno Giovanni Maria Della Porta (ambasciatore urbinate presso la Santa Sede), Castelvetro vive per lo più e lungamente a Modena (a parte qualche rapido soggiorno a Venezia, Firenze, Pisa, ecc.), divenendo un esponente di spicco della celebre Accademia modenese, nata grosso modo in quel periodo, istituzione dove si tratta di tutto: Lettere. Filosofia, Religione, ecc. Dal 1532 e per circa un ventennio, benché spesso minato nella salute, Ludovico è lettore di diritto presso l’Università di Modena, quindi, nel 1542, preteso dalla Curia Romana un formulario di fede per smentire le voci che attribuiscono alla nostra città possibili simpatie eretiche luterane, il Nostro è uno degli accademici sottoscrittori del medesimo. Ancora nel 1542, Castelvetro riceve l’incarico di soprastante all’Edilizia, quindi, nel 1550 e 1551, è tra i Conservatori di Modena e prosegue nella sua attività di insegnante e formatore di discepoli, alcuni dei quali saranno davvero celebri, come Barbieri, Sigonio e Falloppia.

Nel 1553 Annibal Caro compone la canzone Venite all’ombra de’ gran gigli d’oro, in lode dei Valois, per commissione del cardinale Farnese. Il Modenese censura privatamente la canzone, tuttavia la censura viene divulgata, dando inizio ad una disputa pesante e prolungata tra i due eruditi, che trascende a tal punto che, nel 1555, il salentino Alberico Longo, schierato a favore del Caro e contrario al Nostro, viene ucciso a Sant’Ambrogio, poco lontano da Modena e Bologna. I sospetti cadono su Ludovico che, richiesto, non compare davanti al tribunale felsineo e, subito il processo in contumacia, viene giudicato colpevole, condannato alla decapitazione ed alla confisca dei beni.

angolo di Rua Muro e Vicolo degli Adelardi
Riguardo la torbida vicenda, va detto che non sono pochi coloro i quali ritengono il Castelvetro mandante del delitto, ma anche tutt’oggi rimane difficile a dirsi se egli sia o meno colpevole. Ancora nel 1555, il Nostro, accusato di eresia dal Caro e sospettato di simpatie luterane, è invitato a presentarsi a Roma, al Santo Uffizio. Leggendo vari passaggi delle sue opere, i sospetti apparirebbero tangibili laddove, come nella Spositione a XXIX canti dell’inferno dantesco, ad esempio, asserisce che “il papa non è vicario di Cristo nè succesor degli apostoli” e “non è vero che la fede sia principio della giustificazione e la carità compimento, ma la fede giustifica senza opere, nè però si ricchieggono le opere”.

Al fine di evitargli il rischioso viaggio a Roma, il duca Ercole II d’Este, i Conservatori ed il Governatore di Modena si schierano a difesa del Nostro, ma i risultati sono nulli. Ancora una volta, Castelvetro non ubbidisce ed addirittura nel 1557 fugge; per il Nostro la situazione si complica sempre più, tanto che in una lettera ad un amico a Vienna del 3 marzo 1560, denuncia la propria situazione di incertezza ed instabilità in qualsiasi “parte del mondo che si chiama cristiano”. Sempre quell’anno, giudicando il nuovo papa Pio IV più tollerante di quello precedente Paolo IV, si sente pronto ad affrontare il tribunale del Santo Uffizio. Tuttavia, dopo qualche interrogatorio, non disposto a rinunciare a certe sue idee non ortodosse e valutando compromettenti diverse testimonianze a proprio carico, tra le quali una sua traduzione di uno scritto di un eretico, il Castelvetro fugge nuovamente a Vignola, nella propria villa Verdeda ed a Chiavenna.

Intanto, il Santo Uffizio pubblica in ogni città la sua condanna e dopo un inutile tentativo di essere ricevuto al Concilio di Trento onde giustificarsi (1561), adeguandosi anche ad uno stato di salute sovente precario, è costretto a trasferirsi a Ginevra (1564), e successivamente a Lione (1566), che deve lasciare nel settembre del 1567 a seguito della guerra fra cattolici ed ugonotti. Eccolo poi a Ginevra (1567), Chiavenna ed a Vienna, dove lo incontriamo nel 1569. Qui il Modenese, che negli anni precedenti, nonostante le proprie peregrinazioni, ha impartito lezioni ai giovani, pubblica la Sposizione della poetica di Aristotile, la sua fatica più importante, che dedica all’imperatore Massimiliano II; tuttavia, preoccupato per la peste, lascia pure questa città e torna a Chiavenna nel 1570, dove muore l’anno dopo.

La figura del Castelvetro è sicuramente una delle maggiori della cultura italiana del XVI secolo.

Originale, riflessivo e polemico, in un secolo pullulante di imitatori del Petrarca, egli è peraltro autore del Commento delle rime del Petrarca, nel quale sostiene che “L’essentia del poeta consiste nella ‘nvenzione senza la quale inventione non è poeta”, anche se essa, a suo parere, deve attenersi alla verosimiglianza della storia verificatasi, ad azioni possibili ad attuarsi nella realtà, rifacendosi ad un principio aristotelico piuttosto in voga nel ’500. Così, entro questi canoni, l’invenzione è ciò che rende il poeta meritevole di chiamarsi tale, ma far poesia facendo uso di materia inventata da un autore precedente è, per Ludovico: “furto”.

Ancora, in Giunta alle prose di messer Pietro Bembo, secondo il Forciroli: “mosse et disputò quistioni intorno alla lingua, et in particolare alla favella della nostra volgare et alle cose di poesia contro il parere del Bembo et d’altri”. Certamente poi non va dimenticato il Castelvetro prezioso dispensatore di informazioni riguardanti i propri contemporanei, oppure celebre insegnante di greco e latino. Infine, riguardo alla questione religiosa che lo vede protagonista, Girolamo Tiraboschi, a proposito di Dichiarazione del ‘Pater noster’ e modo di ascoltare la S. Messa, riporta che è “un libro per prova dei suoi sentimenti cattolici” così come altre sue opere. Tuttavia, l’ipotesi di eresia riguardante Ludovico è tutt’oggi considerata plausibile da parte di diversi studiosi. Ad amplificare il mistero sull’argomento, va inoltre ricordato che nel 1823, a San Pietro in Elda di San Prospero, in un palazzotto posseduto dai Castelvetro ed abitato pure dal Nostro, vengono trovati libri, manoscritti e lettere ritenuti ereticali ed in parte dati alle fiamme per ordine di don Antonio Torricelli, parroco di Finale Emilia.


Giovanni Maria Bononcini (Montecorone 1642 - Modena 1678)


Giovanni Maria Bononcini mancato a Modena nel 1678, ad appena 36 anni, lasciò, in 12 anni di lavoro indefesso, tanta bella musica, conservata ora nei musei, in archivi e nelle raccolte di musica. È tale la forza di attrazione e di suggestione che esercitano ancora le pagine delle sue « Cantate da Camera », « Sonate da Chiesa », nonchè l'opera teorica « Musico Prattico », da rendere ancor viva la sua memoria.
Indubbiamente, insieme ai figli, è tra le più grandi personalità della storia della musica modenese.
Probabilmente prese a trarre, con le mani agili e sapienti, le più dolci melodie dal violino e dall'organo alla scuola dei famosi musicisti D. Marco Uccellini e P. Agostino Bendinelli di Lucca.
Nato a Montecorone (presso Zocca) nel 1642, a 20 anni si sposò ed ebbe molti figli.
Nella sua sommaria e un po' vaga biografia ci colpisce una lettera, in cui chiede, nel 1674, la nomina anche a Maestro della Cappella della Chiesa Votiva, perchè gli stipendi, tutt'altro che di rilievo, come violinista di corte (dal 1671) e Maestro di Cappella del Duomo (dal 1673), non sono sufficienti per sopperire alle necessità della famiglia e, soprattutto, per curare adeguatamente i figli, di cui sei morirono poco dopo la nascita e due sopravvissero, innalzandosi ad una perfezione musicale, non inferiore a quella del padre. Rimasto vedovo nel 1677 (la moglie gli morì a undici giorni dalla nascita dell'ottavo figlio), per applicarsi con mente tranquilla alle profondità musicali, dopo quattro mesi dalla morte della prima moglie, si riammogliò; gli erano rimasti i figli Giovanni di 7 anni, e Antonio Maria appena nato, tutti e due bisognosi di molte attenzioni per la salute cagionevole.
Era appena trascorso un anno dal nuovo matrimonio, quando il Bononcini morì. Lo stesso giorno in cui chiudeva i suoi occhi, li apriva alla luce il figlio delle seconde nozze, al quale veniva imposto il suo nome.La discreta fioritura di composizioni contrappuntistiche del Bononcini, fatte di freschezza, di sobrietà, di pienezza espressiva, di sapiente libertà e fantasia creatrice, non è cosa facile da definire.


Noi vorremmo togliere il velo di oblìo che le circonda e fare splendere, alla luce dei nostri tempi, il trattato « Musico Prattico » che ebbe un ruolo decisivo nella formazione di tanti musicisti.
« Il "Musico Prattico" - osserva il Roncaglia - è un compendio di nozioni elementari sulla tecnica musicale, che per la sua brevità (164 pagine) e la sua concezione è l'opera di un temperamento didattico di primissimo ordine e riuscì di somma utilità; ebbe larghissima diffusione e varie stampe e traduzioni... In realtà essa fu praticamente valida fino alla pubblicazione del "Gradus ad Parnassum" di J. Fux (1725) ».


Sulle sue composizioni strumentali scrisse di lui il Torchi: «Se consideriamo attentamente le molte opere strumentali di Giovanni Maria Bononcini e si segue l'opera di questo maestro ... certamente si
vede che la musica istrumentale in Italia non tanto si è arricchita di forme con l'abbondante produzione di questo maestro, quanto la forma si è fatta più sciolta, più sicura e slanciata. Bononcini è un compositore melodico; i suoi motivi hanno la pronta percettibilità della bellezza esteriore, che però non è esclusivamente superficiale e che non stanca; egli li anima, li disegna bene, li combina con ricca varietà di armonia e di movimenti ... Melodico senza affettazione, libero senza smancerie, fine ed elegante senza ricercatezza nè leziosaggine è quegli che più contribuì a condurre la musica strumentale verso le forme moderne ».

La Bonissima


All' angolo del palazzo comunale sulla via del Castellaro, al di sopra del portico, è posta una statua. in marmo di greggia scultura, alta quasi il naturale, e protetta da un coperchio o baldacchino a foggia di cappa. Rappresenta essa una donna, vestita di tutta semplicità nel costume italiano del medioevo, con lunga treccia di cappelli cadenti a coda sulle spalle, e con una borsetta. alla cintura nel destro fianco, in atto di porvi entro la mano, come per estrarne il denaro.
Tutti sanno che quella statua si chiama la Bonissima, ma chi ella veramente fosse, quando vivesse, perchè a lei fosse dedicato quel monumento, non tutti lo sanno e nemmeno lo si può precisamente sapere. Ecco il poco che se ne raccoglie dalle cronache e dai documenti della nostra città.
Si innalzò questa statua nel 1268 in piazza, e precisamente il 30 Aprile, per festeggiare in miglior modo l' anniversario della traslazione del corpo di S. Geminiano, ricorrenza nella quale si facevano in città grandi allegrezze e divertiementi. - La statua venne collocata sopra un enorme pietrone sorretto da quattro colonne.
A que' tempi era stata una grande carestia, e se vogliam credere al cronista Lancillotto, una donna che si chiamava Bona, ricchissima oltre dire, prestò tanti de' suoi denari che i modenesi - niente più e niente meno! - comprarono frumento in quantità, e tornata l'abbondanza le restituirono i denari e le innalzarono la predetta statua. Questa donna Bona, dicono poi altri cronisti, fu in progresso di tempo chiamata Bonissima. Ma pare piuttosto che ella fosse dei Bonissimi, cognome allora non raro, e che non avesse già prestato denaro ma si fosse mostrata benefica, soccorrendo gli affamati, beninteso fin dove glielo permetteva il ricco di lei patrimonio.
Sembra ancora, stando al Muratori, che non solo in piazza grande ma in tutte le piazze di Modena vi fosse una statua della Bonissima, tanta fu la gratitudine dei Modenesi. - Sul pietrone di piazza ove ella era posta stavano incise le misure di Modena ad uso del commercio.
La statua fu rimossa nel 1468 e posta all'angolo del Castellaro, donde non fu più tolta, essendosi solo restaurata nel 1825.


Oliviero Baccarini Leonelli - Un mòrt ech pâssa





Vicolo di Porta Albareto

Dal corso Vittorio Em. II - 2a laterale destra - al V.le Regina Margherita.

Fiancheggia il Giardino Pubblico. (Denominato dal 1927).
A ricordo dell'antica Porta Albareto, edificata nel 1188. Fu poi detta d'Ercole, o Erculea, o del Castello e infine soppressa, cambiata di posto, si mutò per moderna costruzione nella Barriera Vittorio Emanuele II nel 1859, su disegno dell'architetto modenese Teobaldo Soli. Anche la Barriera venne demolita nel 1927.
Fuori dell'antica Porta d'Albareto sulle vie fiancheggianti il Naviglio e sulle Cerche, ove erano le Torri merlate, s'innalzavano due porte con ponti levatoi e saracinesche a difesa della città.

Chiesa di San Domenico


La fondazione della Chiesa e del Convento dei PP. Domenicani risale al principio del sec. XIII.
Alcuni storici fissano la data al 1220, ma notizie certe di loro non si hanno che nel 1243, nel quale anno, essi fabbricarono la Chiesa di S. Matteo ed il loro convento. Tale titolo fu cambiato con quello di S. Domenico verso l'anno 1395. La vecchia chiesa subì tanti rimaneggiamenti che solo nel 1638 si poté dire, insieme al convento, ultimata. Ma col sorgere del secolo XVIII, rendendosi impossibile l'ulteriore esistenza della chiesa per il crescente sviluppo del palazzo ducale, ideato dall'Avanzini, venne completamente demolita (1707-1708. Era orientata da ovest ad est e misurava metri 45 per 25. Aveva 21 altari; l'abside misurava m. 16 di circonferenza).
Chiesa attuale. La prima pietra fu posta il 10 settembre 1708 e fu aperta al culto il 7 gennaio 1731. Concorsero nelle spese il Duca Rinaldo e molti privati cittadini. Il disegno venne fatto dall'architetto bolognese Giuseppe Toni. La pianta doveva essere una croce latina in modo che la facciata risultasse sulla linea di quella del palazzo, ma sia per mancanza di mezzi, sia perché sorgesse il dubbio che nuocesse al prospetto del palazzo, il tempio non fu proseguito.
Facciata. Stile decadente del seicento. Il portale di marmo è di buone linee classiche; il finestrone è barocco. Nel timpano triangolare vi è un affresco del Secchiari, sec. XVII, rappresentante l'Eterno Padre; apparteneva alla vecchia chiesa.
Interno. Per non essere stato compiuto, come fu accennato, il corpo principale della chiesa essa si presenta allo sguardo dell'osservatore proporzionata e deforme. Al centro ha una grande cupola elissoidale sostenuta da otto colonne abbinate con buoni capitelli compositi. In testa, un vasto presbiterio con l'altare maggiore ed il coro. In ciascun braccio della crociera tre imponenti altari marmorei. L'impiantito, a mosaico, con l'arme dei PP. Domenicani al centro, fu rinnovato nel 19l5, su disegno dell'ingegnere G. Tubini.

Cupola: le statue in gesso delle nicchie, opera di Giuseppe Mazza bolognese, 1653·1741, rappresentato i quattro Evangelisti e i dipinti a chiaroscuro storie della vita di S. Domenico, op. di Antonio Consetti modenese, 1686-1766.
Crociera destra.
Altare di fronte o della Madonna delle Grazie: questo fastoso altare, di pregiatissimi marmi e bronzi, fu incominciato dallo scultore veneto Giuseppe Torretti nel 1720. Le 4 colonne sono di breccia di Serravezza. La raggiera dorata simboleggia il nome di Maria. I due angeli sul frontone e gli altri due grandiosi collocati ai lati dell'altare sono dello scultore modenese Pietro Battagliali. La nicchia, ornata di 15 medaglioni in bronzo simboleggianti i quindici misteri del Rosario, disegnati dal Consetti, contiene la statua in stucco della Madonna del Rosario; scuola bolognese, sec. XVIII. Il Consetti è pure autore del disegno dello sportello del ciborio e del padiglione turchino sostenuto da angioletti.
Altare di S. Pietro Martire ( a destra ) : Altare marmoreo di buone linee eseguito nel 1745 con una grande tela, o pala rappresentante S. Pier Martire assalito nel bosco da un sicario armato di scure; in basso un compagno del santo che fugge e in alto la Fede, che presenta al martire la croce e il calice, fra una gloria di angeli con palme. Opera del bolognese Francesco Monti, 1682-1768.
Sottoquadro: la beata Giovanna d'Azza madre di S. Domenico; lavoro del Biagio Magnanini di Fabbrico, 1780-1841.
Altare di S. Tommaso d'Aquino (a sinistra). Di marmo simmetrico a quello di fronte ed agli altri due laterali della crociera sinistra. Fu costruito nel 1746 a spese dei PP. D. e del conte Ottavio Rangoni. Tela: S. Tommaso d'Aquino ed un angelo che presenta al Santo il Crocifisso. Op. di G. B. Cignaroli veronese, 1706-1770. Sportello del ciborio : Gesù che sazia le turbe, dipinto di Francesco Vellani, 1688-1768.
Presbiterio. È separato dal corpo della chiesa da una bella balaustra di marmo.
Altare Maggiore : nulla di notevole. La tribuna a vetri che vedesi di fronte all'organo era riservata alla Corte.
Organo: lavoro di Agostino Scarabelli da Castelfranco, detto Traeri, sec. XVIII (Fu detto Traeri perchè sposò la figlia di Domenico Traeri bresciano. Era vivente nel 1766).
Dipinto della Volta: l'ascesa di S. Domenico al cielo, lavoro di Adeodato Malatesta, 1854.
Coro: buon lavoro ad intaglio del secolo XVIII.
Tela: Re David che suona l'arpa accompagnato dal canto degli angeli. Fu incominciata da un pittore fiammingo e terminata in Roma da Ignazio Stern, 1698-1746.
Piccolo Ovale: S. Domenico, opera del canonico Luigi Crespi bolognese, m. 1779.
Volta: dipinto a cassettoni, 1853.
Sagrestia: costruita nel 1765, venne ridotta alle attuali dimensioni nel 1818.
Armadi: buoni lavori in noce ad intarsio della prima metà del secolo XVIII.
Tela del'Altare: il martirio di S. Agata, lodevole opera del pittore M. Giulio Secchiari, sec. XVII. Dipinti della volta: restaurati nel 1899.
Cappellina della Madonna Addolorata: venne costruita nel 1915 a spese della famiglia Prampolini; è di buono stile. Nella nicchia vi è la statua della Madonna Addolorata con due angeli; sotto l'altare quella di Cristo nel sepolcro, stucco del sec. XVIII.
Crociera sinistra. 
Altare di S. Domenico (di fronte): questo meraviglioso altare, di fini marmi e adorno di statue, venne eseguito nel 1793 per il soppresso oratorio delle Stimate, dal quale proviene. Essendo un po' piccolo per questo luogo si pensò di farvi una sopraelevazione e l'ornato in pittura, che diminuì, anziché accrescere, il valore dell'altare. In ogni modo deve considerarsi come il più bell'altare della chiesa. Ancona: S. Domenico, opera pregevole del prof. C. Verno, direttore dell'Accademia di Belle Arti. Bellissima la figura in piedi del Santo trasportata in alto da una gloria di angeli ed illuminata dai raggi dello Spirito Santo. Dall'alto scendono festanti ad incontrarlo S. Pietro, S. Paolo e un angelo. Vi fu collocata nel 1922, togliendo quell'antica, di scarso merito, con la Vergine e Santi.
Altare di S. Pio V Papa (a destra): lavoro marmoreo di Giuseppe Veronese, costruito a spese del Conte Ottavio Rangoni nel 1745.
Tela: S. Pio V inginocchiato davanti alla croce e varii angeli. L'angelo con la bandiera spiegata annunzia al Santo la vittoria di Lepanto, opera di Francesco Vellani, 1745.
Dipinto del ciborio: L'ultima Cena, Francesco Vellani.
Altare di S. Vincenzo Ferreri (a sinistra): di marmo, eseguito nel 1736 a spese del sacerdote conte Ottavio Rangoni.
Tela: San Vincenzo Ferreri con 4 episodi della sua vita, opera di Giacomo Zoboli modenese, 1681-1767.
Nel passaggio che conduce sotto il portico delle Belle Arti si notano: il Battistero, lavoro del 1768, ed un bel gruppo di statue in terracotta rappresentante la Maddalena prostrata ai piedi di Gesù in casa di Marta, gli Apostoli Pietro e Paolo e altro due donne. Opera pregevole, ma deturpata, del celebre plastico modenese Antonio Begarelli, 1499-1565. Fu qui collocata nel 1823. Campanile: venne costruito dal P. Montanari, su disegno dell'ingegnere Piccinini, nel 1835. Nel 1837 vi furono poste quattro bellissime campane, fuse da un certo Serafino Golfieri bolognese, dimorante a Spilamberto.

Mauro Sighicelli - Filippo Sighicelli (1686-1773)


A Modena, nel quartiere musicisti, provenendo dal centro della città lungo la via Emilia in direzione Bologna, dopo via degli Scarlatti e prima di via dei Vitali  c’è una piccola via adibita  per lo più ad attività industriali denominata via dei Sighicelli. Il termine è corretto perché si tratta di una dinastia secolare di violinisti (1700-1900) che nell’orizzonte temporale di diverse stagioni hanno attraversato due secoli di musica, il Settecento e l’Ottocento. Siccome anch’io porto questo cognome, mi sono sempre chiesto chi fossero costoro e mio zio Umberto, fratello di mio nonno Ermanno, mi ha consegnato una documentazione araldica unitamente ad alcune arie e a pochi spartiti musicali che evidentemente conservava nel suo archivio personale. Filippo Sighicelli (1686-1773), il capostipite, violinista, nato a San Cesario in una casa bizzarramente costruita ancora presente nel centro storico e adibita a luogo protetto proprio in una via a lui dedicata. 



Si può facilmente visitare l’esterno. Sin da giovane attirò le simpatie dei benestanti del luogo, tra cui alcune nobili famiglie (quali i conti Molza o i ricchi Vallini) che lo aiutarono a intraprendere la carriera musicale sotto lo sguardo vigile di frati e monaci locali, unici depositari di tali arti in quel periodo così turbolento. Trasferitosi a Modena, fece carriera e occupò il posto di primo violino nella cappella musicale di Ercole III d’Este, dove praticamente trascorse la sua intera esistenza, purtroppo in un clima a volte funestato da lotte e battaglie di potere da parte di scorrerie militari francesi, spagnole, sintomi dell’imminente Rivoluzione Francese. 



Ciò non impedì a Filippo di sposarsi con Carla Botti, di avere numerosi figli maschi e femmine, di essere nominato nel 1719 “Capo istrumenti di ballo” dal Duca Rinaldo, spinto dal Principe Carlo Alberto di Baviera, amante del ballo e  ospite a Modena in quel periodo per un lungo soggiorno. Fino al 1749 il violinista risultò essere nel libro paga dei registri ducali a pagamento e si può supporre che il ritiro dall’incarico possa essere avvenuto attorno al 1760, non tanto per problemi d’età, quanto per favorire l’ingresso del figlio Giuseppe, anch’egli promettente violinista e destinato a seguire le orme paterne. La morte avvenne nell’anno 1773 e il corpo venne sepolto nella chiesa della Pomposa a Modena. Tra i figli di Filippo, due in particolare meritano di essere ricordati e di loro ci occuperemo nei prossimi numeri della rivista: Don Stanislao Vincenzo, rettore del Seminario di Modena e morto nel 1810 in odore di Santità e Giuseppe (1737-1826), primo violino e direttore d’orchestra sotto il Duca Ercole III, marito della cantante A.Sthulzer.

Giuseppe Zarlati


Divenne uno dei più famosi incisori in rame del suo tempo. Fa parte di quella serie di maestri incisori che troviamo spesso, durante il Seicento, impegnati in una incessante operosità:  lavoravano con acutezza d'osservazione e con tecnica erudita.
Nelle sue opere, assai apprezzate, si notava « il bello dell'arte nelle idee dei volti variate, negli ornamenti dei cappelli donneschi inventati, nel panneggiamento tutto grazioso, e in tante attitudini, che porta seco la natura, felicemente imitate. Se dal cielo gli fosse stata concesa vita più lunga, era per arricchire la Città nostra di nuove operazioni, che maggiormente avrebbero con la loro finezza giovato ai posteri » (L. Vedriani).

Scrupoli di vocazione

Nella occasione del tumulto avvenuto in Modena per la cacciata de' Ghibellini nel 1264 ad opera d'Obizzo d'Este e del Conte di S. Bonifazio, un tal Guiduccio, beccajo di professione, sua moglie ed una sua nipote, spaventati corsero tutti e tre a rifugiarsi nel Convento dogli Umiliati, al quale Guiduccio fe' donazione di tutti i suoi beni; e poi come se fosse stato tocco dalla grazia del Signore si dedicò alla vita claustrale. - Ma pare che anche allora si sapesse il proverbio passata festa gabbato lo santo, poichè nel 1265, assodatosi ormai il governo dei guelfi, il buon frate Guiduccio ebbe degli scrupoli di vocazione, e cominciò a protestare che quanto aveva fatto era stato a cagione di una gran paura entratagli in corpo per l'avvenuto tumulto, che quindi la donazione al convento era nulla, e che non volea più oltre dimorarvi. - L' argomento potea forse valere sol fino ad un certo segno, ma il valentuomo insistette, o bisogna dire che sapesse bene far valere le suo ragioni perchè finalmente nel 1268 ottenne l'intento suo e gli Umiliati dovettero fargli restituzione. - Gettò egli allora la tonaca, rjvolle la moglie, riprese la nipote, e tornò alla vita di libero cittadino ...