Piazza Sant'Agostino


Dalla via Emilia (estremo ovest) al Largo Corsica.

Prende nome dalla Chiesa omonima.
Questa Piazza era una volta delimitata a ovest dalla Porta S. Agostino, che sostituì nel 1790 l'antica fortificata "Porta Cittanova" e ricostruita poi nel secolo XVI.
Sopra l'ex Porta S. Agostino, Ercole III eresse il grandioso fabbricato che servì, oltre ad ornamento e compimento della settecentesca piazza, ad uso di abitazione per le famiglie meno abbienti. A ricordare l'erezione dell'edificio, demolito nel 1912, fu murata nella facciata una lapide con incisa la seguente iscrizione dettata dal Tiraboschi:

Hercules. III. Atestius.
Egenis. ab. otio. ad. laborem. traductis.
Novisque. ad. cosdem. excipiendos.
Exercendosque. Extructis. Aedibus.
Urbis. ornamento.
Reipublicae. commodo.
Consulebat. A. R. S. MDCCXC

A sinistra della Piazza vediamo il Palazzo dei Musei, sorto sull'area dell'antico arsenale militare.
Questo maestoso edificio fu innalzato dal Duca Francesco IlI su disegno dell'architetto modenese Pietro Termanini, che lo compi nel 1767. Fu chiamato Albergo-Arti, perchè doveva servire ad accogliere i figli dei poveri per essere, a spese dello Stato Estense, ammaestrati nelle arti. Nel 1817 passò alla Congregazione di Carità che lo adibì a ricovero di mendicità. Finalmente questo Palazzo fu acquistato dal Municipio nel 1880 per collocarvi la Biblioteca e Pinacoteca Estense, la Biblioteca e la Galleria Poletti, il Museo Civico e il Museo del Risorgimento.
Nell'ampio. cortile, ornato di aiuole sempreverdi è collocata sin dal 1882 una statua di marmo dello scultore Pelleccia carrarese, eseguita per ordine del Duca Francesco IV, a ricordo di Borso d'Este primo duca di Ferrara e Modena. Nelle logge del cortile fu collocato, pel 1828, il Museo lapidario, sorto per impulso e per iniziativa dei concittadini mons. Celestino Cavedoni, Malmusi avv. Carlo, canonico Cesare Galvani. Comprende molte iscrizioni antiche, sarcofaghi e due monumenti del medio-evo (1212-1309).
Inoltre si nota la famosa "Croce della Pietra", già all'angolo del Portico del Collegio, nell'attuale Crocevia. Qui essa fu innalzata a ricordo di una sollevazione popolare contro le truppe dell'Imperatore Federico Barbarossa e vicino sorse anche una cappella che fu poi abbattuta nel 1444. La Croce venne tolta dalla via Emilia solo nel 1764 per ordine di Francesco III e fu collocata nel cimitero di S. Faustino. Fu questo l'inizio di un lungo peregrinare.
Ultimamente sostò nel cortile del Palazzo dei Marchesi Campori, i quali nel 1924 la donavano al Comune. Nel piedistallo si legge la seguente iscrizione dettata dai Marchesi Campori :

LA CROCE DELLA PIETRA
Posta a ricordo di nazionale vendetta
Contro l'oppressione straniera
E durata per sette secoli testimone
Di glorie e di sventure patrie
Dopo iterati tramutamenti
Quì fu accolta ed eretta
L'Anno MDCCCLXIX

Adiacente al Palazzo dei Musei, la Chiesa di S. Agostino fu fabbricata nel 1662 dalla Duchessa Laura, in occasione dei funebri celebrati in essa pel Duca Alfonso IV, suo marito, il che conferma una
iscrizione su lapide marmorea posta all'interno della porta maggiore. Per questo venne anche chiamata "Pantheon Atestinum". A destra della Piazza il maestoso fabbricato dell'Ospedale Civile, eretto nel 1753 dal duca Francesco III su disegno dell'architetto Torregiani Alfonso di Budrio e sull'area dell'antica chiesa di S. Gerolamo e di diverse case annesse alla medesima.
Fu terminato nel 1761. Sulla porta principale dell'Ospedale è posta una lapide con la seguente scritta:

D.O.M.
Nosocomium
Auspicante
FRANCISCO III. MUTINAE. EC. EC. DUCE
Atestina. Munificentia.
Ac. aere. publico. a. fundamentis
Excitatum
Anno. christi. MDCCLII.

E sulla seconda porta si legge:

D.O.M.
Nosocomium
FRANCISCUS III. MUTINAE EC. EC. DUCE
Constanti. Munificentia
Ac. publica. perenni. pietate
A. fundamentis
In. ampliorem. formam.
Redactum
Anno. Repar. Salutis. MDCCLXI

In questa Piazza, presso l'entrata del Palazzo dei Musei, era eretta la bellissima statua equestre di Francesco III, opera dell'Abate Giovanni Cybeo di Carrara. Fu inaugurata il 24 aprile 1774, in segno di gratitudine per le grandiose opere pubbliche e per le munificenze di questo Duca. Venne poi distrutta da un fanatico, tal Giambattista Fornieri, libraio, durante la instaurazione del governo della Repubblica Cispadana nell'Ottobre 1796. 
E' visibile al Museo Civico una stampa dell'epoca del monumento, e una parte di esso, un piede della statua.

Chiesa del Paradiso o di S.Filippo Neri


Dato uno sguardo alla facciata posteriore del Palazzo Ducale, girare a destra ed entrare in Corso Cavour, dove, a pochi passi trovasi la Chiesa del Paradiso o di S. Filippo Neri.
Come ricorda l'iscrizione che vedesi internamente sopra alla porta, questa Chiesa venne edificata nel 1596 su disegno dell'architetto Giovanni Guerra modenese a spese di don Giulio Bececco, che conviveva con altri sacerdoti sotto la regola di S. Filippo Neri. Nel 1604 venne assegnata ai Teatini, indi ai Carmelitani Scalzi nel 1638, ai Minori Osservanti nel 1808 e finalmente alla Congregazione delle figlie di Gesù nel 1819. Facciata: nulla di notevole. Interno: ad una sola navata con cupola. Interessante il soffitto in legno a cassettoni policromi con dipinti degli ultimi anni del secolo XVI. Le teste di serafini ed i festoni di fiori sono opera del pittore modenese Camillo Cavassetti e gli ornati di Alessandro Bagni. I rosoni a fogliami in rilievo sono attribuiti al modenese Marco Meloni. Da destra: Monumento sepolcrale di Francesco Guerra morto il 3 settembre 1840. 
Soffitto a cassettoni 
I Altare: di legno dorato (1592 -1631), con tela di Pier Paolo dell'Abate modenese, sec. XVIII, rappresentante S. Giovacchino e S. Anna con l' Eterno Padre fra una gloria di Angeli. II Altare: Statua in stucco di S. Filippo Neri. III Altare: è dedicato a S. Luigi Gonzaga; statua in stucco di nessun pregio, sec. XIX. IV Altare: grandioso, in legno dorato di buono stile, con una tela raffigurante S. Giuseppe in estasi, con la Vergine ed il santo Bambino. Il dipinto è attribuito a Giovanni Boulanger di Trojes, prima metà del sec. XVII. Nella nicchia vi è la statuetta della Madonna Addolorata e sotto l'altare Gesù morto, scultura in gesso del secolo XVIII. V Altare Maggiore: nulla di notevole. Coro: discreto lavoro in noce del sec. XVII e XVIII. Sopra all'organo vi è una tela rappresentante l'Assunta, di Geminiano Vincenzi, sec. XIX. VI Altare: grandioso, in legno dorato di buono stile, con due statuette di Santi ed una tela rappresentante S. Teresa di Gesù fra S. Giuseppe e S. Paolo; in alto, seduti sulle nubi, Cristo e la Vergine. Dipinto di Giacomo Garofolino bolognese, sec. XVII. A destra, dentro una nicchia, vi è la statua, seduta, di S. Geminiano, sec. XVII e XVIII. VII Altare: marmoreo con una buona tela rappresentante S. Antonio da Padova; eretto dal Generale R. Montecuccoli nella chiesa di S. Margherita, e quivi trasportato dopo la soppressione di detta chiesa, sec. XVII. VIII Altare: in legno dorato, con una piccola immagine della Madonna delle Grazie, detta anche dei Carandini, perchè prima del 1860 stava nella casa di detto signore. IX Altare: di legno dorato con tela raffigurante l' Annunciazione di Ercole dell' Abate, primi anni del sec. XVII. 

Dopo questa chiesa sta il fiorente Istituto delle Sordo- mute, diretto dalle Suore della Provvidenza,
sorto nel 1818, ed elevato al grado d'Istituto da Francesco IV nel 1819. Il fabbricato fu così ridotto dall'ingegnere Gusmano Soli.


Artisti in primo piano: Gennaro Graziano


di Franco Bulfarini

Questa rubrica che mi è dato di curare, mi fornirà l’opportunità di rapportarmi con tanti artisti sia professionisti che capaci appassionati, scelti prevalente-mente nei territori del modenese, ovvero: Modena e provincia. Per questo primo approccio mi sono rivolto ad un’artista ben conosciuto non solo per la sua arte ma per le sue doti di umanità: Gennaro Graziano. Mi sono dato l’obiettivo di aprire un dialogo con gli artisti per capire meglio cosa significa per loro fare arte, se è solo un modo per vivere come un altro, se è un passatempo o se ci sono presupposti diversi che può essere interessante conoscere. L’arte ha mille sfaccettature, vorrò indagarne alcune, che possano essere utili a delineare nello specifico il percorso seguito da ogni artista, i suoi inizi fino al presente. Vorrò scandagliare il lato umano ma anche l’aspetto tecnico, per voler comprendere e far comprendere al lettore con maggior pienezza, sia l’artista intervistato che nel complesso le principali tendenze attuali ed i possibili  futuri sviluppi dell’arte contemporanea.  
 
Chi è Graziano Gennaro visto da Graziano Gennaro?
Mi ritengo artista che sta completando un percorso iniziato tanti anni fa, all’istituto d’arte modenese Adolfo Venturi.  
Nel tempo ho compreso che l’arte è occasione di continua crescita personale che non ha mai fine, che consente di creare sempre cose nuove e particolari. In questo percorso, una delle tappe è stata incidentata: nel 2010 un grave problema di salute mi ha colto impreparato, tuttavia alla fine ne sono uscito, e  rafforzato, ho ritrovato energie che non sapevo di possedere, e soprattutto ho aperto la mente ad un nuovo modo di vedere la realtà.

Spiegaci meglio di cosa si tratta?
Nei tre mesi trascorsi all’ospedale di Baggiovara per le cure, ho avuto molte visite di amici artisti e non solo. Questo aspetto mi ha fatto comprendere come anche esperienze negative in se, possano rivelare elementi di positività che non ti aspettavi.  
Ho compreso l’importanza dell’amicizia sia nella vita che nell’arte e nella cultura in genere, perché per creare opere belle ed efficaci occorre calarsi ad un livello di forte sensibilità emotiva, uscendo dai limiti dell’egoismo personale, solo questo può consentire il sorgere di percorsi  di crescita valoriale che incidono anche sulla creatività in senso positivo. Ho capito che tutti possono  aiutarci nel processo di apprendimento soprattutto quando ci mettiamo 
in discussione con la necessaria umiltà per capire i nostri limiti, tentando con modestia di superarli se possibile. Ho compreso che solo con l’altruismo si può efficacemente esprimere il bello che c’è nella vita. 

So che sei conosciuto ovunque come l’ideatore della “Compagnia del Cofanetto”. 
Di cosa si tratta?

L’idea mi è sorta al momento delle dimissioni dall’ospedale, quando ho pensato di omaggiare il medico che mi aveva amorevolmente curato per i lunghi mesi di malattia, questo omaggio doveva essere una pregiata bottiglietta di aceto balsamico di Modena, sarebbe stata una sorpresa che speravo gradita, poi mi sono ricordato di essere un’artista e che quel contenitore di tale bottiglia non mi soddisfaceva, quindi ho pensato ad un cofanetto da me decorato, in tal modo avrei dato al medico anche un pizzico del mio animo artistico. L’omaggio fu apprezzato tantissimo, ed ecco che ebbi l’idea, di far uscire la mia arte dai soliti modi di esprimersi come la tela o le tavole o la scultura,  per voler solcare altre modalità, quali appunto quella dei cofanetti artistici. Trovo che l’arte non possa ritenersi scissa dal contesto sociale, ma anzi essa lo migliora se gli oggetti del vivere quotidiano assumono anche valore artistico e non solo di consumo o mero utilizzo. Un’azienda che ben comprese fin da subito il mio progetto fu la ditta “Acetaia Giacobazzi” di Nonantola, che a Natale del 2016 mi chiese di elaborare un progetto che vedeva l’aceto balsamico raccolto nei miei cofanetti da omaggiare poi ai clienti per le festività natalizie come contenitore del prezioso “oro nero”. E la cosa ebbe fin da subito uno straordinario successo.

Dopo questa esperienza non ti sei limitato a rimanere un solitario dei cofanetti?
No. Infatti ho voluto coinvolgere i miei amici artisti per creare quella che poi sarebbe diventata l’attuale Compagnia del Cofanetto che inizialmente comprendeva una decina di artisti e che oggi si va allargando a macchia d’olio non solo numericamente ma anche geograficamente e in termini di qualità. L’idea dei cofanetti artistici ha infatti coinvolto anche amici artisti noti a livello nazionale che hanno capito che l’arte ha un valore maggiore nella condivisione fra artisti e che non si possono limitare le possibilità espressive, poiché gli oggetti della vita quotidiana possono grazie alla creatività degli artisti donarci emozioni e renderci le nostre giornate migliori. 

So che hai esposto i Cofanetti in grande numero nella bellissima manifestazione di ARTEINFIERA SCANDIANO 2017. Come sono andate le cose?
Debbo ringraziare l’organizzazione che ha fatto capire l’importanza della creatività espressa a tutto campo  senza limiti, salvo il valore estetico dell’opera. Pertanto, a detta di molti, i cofanetti realizzati da artisti di eccezionale bravura che mi hanno seguito, entrando a far parte della “Compagnia”, sono stati una delle attrazioni più apprezzate della manifestazione.

Cosa prevedi dopo questa esperienza per il futuro?
In futuro sorgerà presso la Stazione grande a Modena in via dell’Abate: “L’Abate Road”, che conterrà fra l’altro il Museo del cofanetto. 
Qui  verranno esposti i cofanetti ritenuti da apposita commissione di particolare  qualità artistica, e vi rimarranno  in permanenza. 
Questo significa che un domani chi visiterà questo museo potrà scovare artisti di fama che si sono cimentati nella realizzazione e/o decorazione artistica di un cofanetto. Una nuova piccola storia per Modena, e soprattutto un’esclusività mondiale. 

A tuo avviso cosa significa oggi fare arte?  
Significa divertimento, la possibilità di esprimere quello che custodisce il nostro  animo e soprattutto condivisione di emozioni con i nostri simili sia esperti d’arte che persone non qualificate, perché l’arte è un valore per tutti e comunica quando è vera a tutti.

Da artista quale sei oltre ai cofanetti quali sono le tecniche che preferisci ed i soggetti amati?
Per i soggetti preferisco  realizzare immagini a carattere figurativo, utilizzando la tecnica dell’acquerello ed anche gessetti, anche se di tanto in tanto mi piace esprimermi liberamente alla maniera di Paul Jackson Pollock, perché mi consente di essere totalmente libero dalla forma e quindi di poter esprimere una tavolozza legata solo allo stato emotivo del momento creativo.
La mia tecnica preferita si avvale della coloratura manuale delle foto, tecnica utilizzata quando si poteva sviluppare solo il bianco e nero. Prima del 1930 le foto mancavano di colore ed allora si richiedeva l’intervento manuale di esperi artisti per colmare questo limite che allontanava dalla realtà cromatica dell’immagine. Poi questa tecnica con l’avvento del colore nella fotografia andò dispersa, io ebbi  la fortuna di conoscere una professoressa del Venturi che lavorava per il Cav. Orlandini (noto fotografo modenese), che mi insegno tale tecnica. 
Tutto nacque per caso: mi ero recato al Venturi per far vedere una cartolina dipinta a mano che mi aveva incuriosito ad una professoressa che frequentavo anche fuori scuola, perchè entrambi appassionati di antiche foto da collezione. Ella stante l’evidente mio interesse  mi disse che quelle in bianco e nero le decorava su richiesta del Cavalier Orlandini (noto fotografo modenese di allora), poiché mi aveva trovato interessato ad apprendere tale tecnica antica, mi diede delle lezioni fin tanto che ne divenni padrone. Oggi questa tecnica è appannaggio di pochissimi esperti, direi solo due nel mondo (due francesi), oltre al sottoscritto. Con questa lavorazione a mano le foto in bianco e nero diventano a colori, ne derivano immagini che hanno la capacità di stupire perché uniscono alla foto tradizionale un valore cromatico ed estetico unico. 


Cenno biografico

Graziano Gennaro nasce a Rossano Calabro (Cosenza), il 12 Agosto 1954, si trasferisce con la famiglia Modena da piccolissimo, poi viste le doti di disegnatore innate i genitori lo iscrivono all’istituto d’Arte Venturi di Modena, ove si diploma Maestro D’Arte negli anni ‘70. Dopo un periodo lavorativo con il padre, e la passione per la musica che lo vede quale animatore intrattenere il  pubblico nelle discoteche, in voga negli anni ’80, si presenta con la prima mostra personale nel 2000 presso il Caffé dell’Orologio di Modena. Successivamente nel 2006/2007 inizia ad esporre al Caffé Concerto e poi nelle varie piazze modenesi come artista di strada. Fra queste la Piazza Matteotti, Piazza Mazzini e Venti Settembre,  insieme con gli artisti Uliano Guizzardi di Bomporto e Roberta Diazzi di Modena.  ottenendo i primi consensi di pubblico e di critica. Poi le mostre si susseguono fino ad oggi con apprezzamenti sempre crescenti. Oggi Graziano Gennaro è anche curatore di iniziative artistiche e soprattutto l’ideatore della “Compagnia del Cofanetto”.

Stefano, Camillo e Luigi Gavasseti


Furono eccellenti cultori dell'arte plastica colorata. Mentre la produzione vasta ed importante di Stefano consistette unicamente nell'indorare miniare o colorire i suoi lavori, quella del figlio Camillo abbracciò anche la pittura, che lo rese molto famoso. La scarsità e la imprecisione delle fonti riguardanti Camillo, aggiunte alla scomparsa di gran parte delle sue opere pittoriche, rendono piuttosto problematica la ricostruzione della sua attività. Di particolare interesse fu una « Giustizia », affrescata sulla volta del salone dell'adunanza del Palazzo della Municipalità. Seppe anche dipingere, con immediatezza naturalistica e vivacità, teste di Santi e festoni nel tassello della Chiesa del Paradisino, un'«Assunta» in S. Maria della Neve e un «Martirio di S. Stefano» in S. Agostino. Sparsasi la fama della sua impareggiabile maestria compositiva, fu invitato a Reggio, ove riprodusse nel Santuario della Madonna di questa città una copia della « Trasfigurazione », già dipinta per la Chiesa di Pietro in Modena. Da Reggio si recò a Parma, ove rivelò raffinati effetti cromatici e luministici nel decorare due camere del Palazzo Ducale con fatti della « Gerusalemme Liberata » del Tasso. Godendo ormai di vasta rinomanza fu richiesto anche a Piacenza, ove affrescò la tribuna della celebre collegiata di S. Antonino. Dipinse pure nella stessa città la Cupola del Duomo. Tornato a Parma, quivi morì nel 1628.

C. Gavasseti, La Clemenza,1629-30

C. Gavasseti, Profeta Daniele,1629-30

Luigi, fratello di Camillo « quasi di pari grido e maggiore ancora sarebbe stato, se un poco più avesse atteso alla pittura; ma inclinando egli maggiormente all'indorare e graffire ... ciò fu cagione che non giungesse ai meriti ed applausi uguali a quelli di Camillo » . (L. Vedr. ).

dal 1250 al 1264


1260 - Modena manda suoi rappresentanti alla Lega Lombarda ricostituitasi in Brescia.
1255 - Il Comune di Parma decide a favore dei modenesi la questiono di dominio sul Frignano.
1259 - Guido da Pietrasanta milanese è fatto podestà di Modena, contrariamente alla convenzione per cui i Modenesi, dopo la disfatta di Fossalta, eransi obligati ad avere por podestà un Bolognese.
- Questo Guido fa un gran bene a Modena, liberandone il territorio infestato da ladroni e da assassini, e molti ne condanna all'estremo supplizio.
1260 - Nel 19 Ottobre ventimila Bolognesi vengono in processione a Modena, flagellandosi a sangue e cantando salmi penitenziali. - Nel 1° Novembre altrettanti Modenesi vanno pur così a
Reggio, preceduti dal Vescovo Boschetti, indi fino a Parma.
1264 - Iacopo Rangoni capo dei Guelfi chiama in Modena il Marchese Obizzo d' Este ed il Conte di S. Bonifacio, i quali vengono nel 14 Dicembre con molte truppe mantovane e ferraresi ed assalgono i Ghibellini, costringendoli ad uscire di città.


Dai Giardini Pubblici alla Caserma Montecuccoli

Rientrati in corso Vittorio Emanuele, s'incontrano a sinistra, i Giardini Pubblici, pei quali questo nuovo ingresso venne aperto nel 1885. Questi Giardini, non grandi, ma assai graziosi, pare che fossero stati eseguiti su disegno dell' architetto Girolamo Rainaldi dal 1632 al 1633 a cui Francesco I si era rivolto per un primo disegno del Palazzo. Furono dichiarati pubblici da Francesco III nel 1739. Hanno ombrosi viali, un laghetto ed al centro una elegante palazzina di stile rococò, incominciata nel 1617 e compiuta nel 1656 su disegno di Gaspare Vigarani. Otto busti d'imperatori romani
ne decorano la facciata. La sala ottagonale fu dipinta dal prof. Ferdinando Manzini. Annesso vi è l'Orto Botanico, istituito da Francesco III nel 1772 e migliorato da Ercole III, sui disegni del Soli. I cancelli in ferro battuto sono opera di G. B. Malagoli, 1763.
Monumento a Nicola Fabrizi: la grandiosa e rude figura del nobile patriota è in bronzo e poggia su di una bella base di granito, nella quale sono scolpiti, pure in bronzo, due episodi della sua vita politico-militare. È opera dello scultore Francesco Fasce di Roma, e venne inaugurato nel 1896.
Fra i palazzi, degni di nota, sono Ferrerio, sede del Collegio Pascoli, già Aragona, poi Coccapani; Manodori già Galliani (la via S. Orsola porta ancora il nome del monastero omonimo sul quale nel 1827 fu costruito da Gusmano Soli l'Orfanotrofio di S. Bernardino, le cui origini risalgono al 1570. Ad esso nel 1821 venne unita la congregazione di S. Filippo Neri).

Scalone del Collegio Pascoli
Collegio Pascoli. La costruzione del palazzo fu iniziata dal segretario Lorenzotti verso il 1780. Divenuto proprietà del marchese Rango D'Aragona, questi edificò il nobile e grandioso scalone e ne curòfastosamente l'interno. Dal 1822 al 1824 fu sede dell'Accademia nobile militare Estense.
Il Collegio Pascoli fu istituito dal Prof. Aristide Ferrario nel 1919. È molto apprezzato e frequentato. Corso Vittorio è chiuso dal Palazzo Ducale e intersecato da Corso Cavour. L'ultimo fabbricato di sinistra è la Caserma Raimondo Montecuccoli o ex Convento delle Salesiane, di cui resta ancora intatta l'elegante facciata della chiesa. Fa parte dell'Accademia Militare ed è assegnato a reparto Sottofficiali Allievi. Questo splendido edificio era stato eretto nel 1672 dalla Duchessa Laura Martinozzi. Dopo varie vicende, nel 1873, fu definitivamente occupato dalla Scuola Militare. Nel 1902 preso la denominazione di Caserma Montecuccoli. Un cavalcavia, costruito al tempo del Generale Corvetto, 1881-1887, mette in comunicazione il Palazzo con la Caserma.


Corso Adriano


Da via S. Pie!ro al Largo Garibaldi, 2a a destra; corre parallela al viale Regina Elena.

Questo corso è stato tracciato dal 1843 al 1850 sull 'area di tre viuzze strette e sòrdide chiamate del Mangano, Lucchina e del Pelatore. Rimase anonimo fino al '59 nel quale anno gli venne dato l 'attuale nome a ricordo di un'iscrizione di Adriano Augusto "restitutor ltalia", ritrovata con altri marmi romani ivi e nelle vicinanze.
La "Via del Màngano" era così detta perchè ivi agiva tale meccanismo per iucidare i panni e le sete.
Essa aveva inizio dall'antico piazzale di Porta Bologna (ora Largo Garibaldi (1936), antecedentemente denominato via Emilia) e metteva in via Gallucci.
Era tutta fiancheggiata da portici, ma troppo stretta, con le case alte che impedivano al sole di entrare, e quindi sempre umida, era una vera sorgente di malattia.
La seconda, chiamata "Contrada Lucchina" non era altro che una continuazione del corso e finiva in
Via S. Pietro. Il nome lo derivava da alcuni mercanti lucchesi che in essa abitavano. Costoro erano venuti nella nostra città nella prima metà del trecento chiamati dal Marchese Obizzo III d 'Este, acciocchè riaffermassero anche da noi l' industria della seta. 
Parallela alla "Contrada Lucchina" veniva la "Contrada Pelatore"; anceh 'essa aveva inizio in via Gallucci e finiva in via S. Pietro. Le sue case erano completamente addossate alle mura, con portici. Il nome strano lo aveva preso dall' attività esercitata da alcune botteghe che si trovavano in essa, cioè dai mestieri di "spennatori di pollame" e da "spellatori di porci". In essa esisteva un locale destinato al macello dei suini, sull'area dell'attuale Palazzo del Governo.


Roberto Roganti - Ferruccio Cambi: La parpâja




Poesia dialettale di Ferruccio Cambi (Pizzo da Ganaceto), nato a Modena il 7 ottobre 1890 e morto il 16 maggio 1964.

Ho scelto, su permesso della famiglia, questo testo dalla raccolta postuma El campan dal còr, Collana Le Rondini, prima edizione ottobre 1966, editrice cooptip Modena.





            Da fiór a fiór, la vóla la parpâja,
            per la campâgna chélda, sátta al Sól,
            la vóla, fîn-a-tânt, ch'la-n-n s'imbarbája,
            sembrând, lassò per l'aria, un fiór ... in vól.

            E via ch'la và, p'r i cámp ó la buscája,
            frullând in brâza al vént, infîn ch'la-n-n pol
            spusères per amor, cun cla parpâja,
            ch'l'aspèta per scurder's in mèz al Sól.

            Pò, vîa cla và, fra i fôs e la sculéna,
            e via ch'la córr, frustândes tótt e gli-èl
            ch'el sámbren fâti ed vál, e purpuréna.

            Pò, quând vin-zò la sîra, pîna ed mèl,
            termánd lee la s'aggrâpa atâch a un fiór,
            che fórse al piânz ... dal ménter lee la mor.


            Da fiore a fiore, vola la farfalla,
            per la campagna calda, sotto al Sole,
            vola, fintanto che non si stordisce,
            sembrando, lassù nell'aria, un fiore ... in volo.

            E via che va, per i campi e la boscaglia,
            frullando in braccio al vemto, finché non può,
            sposarsi per amore, con quella farfalla
            che aspetta, per dimenticarsi in mezzo al Sole.

            Poi via che va, tra i fossi e la scolina
            e via che corre, consumandosi interamente le ali
            che sembrano fatte di velo e porporina.

            Poi, quando scende la sera, piena di dolcezza,
            tremante essa si aggrappa ad un fiore,
            che forse piange ... mentre essa muore.