VENDITORI ACCREDITATI
MODENA: Edicola Gualtieri, Via Rainusso 104 / ass. cult. Porta Saragozza, Via Saragozza 112 / NONANTOLA: Booklet, Via Longarone 9 / PAVULLO: Edicola Le Arcate, Piazza Toscanini 1 / Edicola Coccetti, Via Giardini 34

Jacopo Barozzi (1507- 1573)


Detto Il Vignola nato a Vignola il l0 ottobre 1507, è uno dei grandi nomi nella storia dell'arte
italiana. 
Il Palazzo di Caprarola, la Chiesa di S. Petronio a Bologna, la Facciata della Chiesa del Gesù a Roma, la Cupola della Basilica di S. Maria degli Angeli, ad Assisi, il Palazzo Boncompagni di Vignola (con la famosa scala a chiocciola), il Palazzo Ducale di Piacenza ed altre meraviglio e costruzioni, appena citate, richiamano subito alla mente il suo nome.
Fin da ragazzo mostra delle doti d'intelligenza non comuni e una attitudine prodigiosa al disegno.
Il padre Bartolomeo muore pochi anni dopo essersi rifugiato nel marchesato di Vignola, in seguito a discordie civili scoppiate a Milano, dove viveva agiatamente; la madre per assecondare le inclinazioni artistiche del figlio, lo conduce a Bologna, ambiente artisticamente ricco, dove tanto viene curata la sua formazione che i suoi disegni suscitano una curiosità che matura subito in gloria. Per questo il governatore di Bologna, che allora era il famoso storico Francesco Guicciardini, stupito lui pure della genialità e potenza poetica di alcuni disegni, si interessa perchè essi siano eseguiti su tarsie a Firenze, dove appunto l'arte della tarsia era onorata e trattata da ottimi artigiani.
Intanto le eccezionali qualità del giovane Barozzi cominciano ad uscire dal silenzio ed anche a Roma, dove si reca per perfezionarsi maggiormente, dimostra una "rara felicità d'ingegno" nel dipingere; preferisce la pittura all'architettura, per necessità economiche.
Ammesso all'Accademia di Architettura, ha modo di esprimere tutta la sua personalità, col ritrarre le opere splendide, di cui è ricca Roma, si accentua così la sua predisposizione all'architettura. Durante il soggiorno romano si incontra col famoso pittore bolognese Primaticcio, che è al servizio del re di Francia, Francesco I. Accetterà di fermarsi due anni, festeggiato ed onorato, alla corte del re francese; nel 1539 torna in Italia e si stabilisce a Bologna dove, pur sentendosi signore ineguagliabile dell'ambiente architettonico, dovrà lottare contro colleghi invidiosi, soltanto l' intervento degli architetti Giulio Romano e Cristoforo Lombardo, entusiasti dei suoi disegni inerenti alla fabbrica della più grande chiesa bolognese, metterà fine alla opposizione dei suoi avversari e Giacomo potrà così attendere fino al 1550 ai lavori della Basilica di S. Petronio. Di lui in questo periodo, si ricordano varie altre opere, tra cui il palazzo del conte Alamano Isolani a Minerbio, e quello dei Bacchi in Bologna. Ristabilitosi quindi a Roma, per invito del pontefice Giulio III, continua la sua intensa attività eseguendo tra l'altro, il noto palazzo che si ammira fuori della Porta del popolo (Villa del papa Giulio III), quello non meno celebre di Caprarola (Villa Farnese), l'oratorio di Sant'Andrea e la Chiesa del Gesù.
Barozzi è anche trattatista mirabile nelle «Regole dei Cinque Ordini d'Architettura» (Roma 1562),  manuale di estetica di fondamentale importanza, di cui si ebbero nel giro di tre secoli centinaia di edizioni in tutte le lingue, che servì di fondamento a tutta l'architettura successiva.
Ha la gloria incommensurabile negli anni della maturità, di assecondare Michelangelo nella fabbrica di S. Pietro e di succedergli, poi, nella sopraintendenza dei lavori.
Al Barozzi, il più qualificato rappresentante della tarda età architettonica rinascimentale e «artista di transizione all'arte nuova», si possono opportunamente attribuire le parole riferite ad El Greco: «Il suo genio eccezionale ammireranno, non imiteranno le età future».
«Egli reagisce allo stile personale e drammatico di Michelangelo ispirandosi tra gli antichi a Vitruvio e tra i moderni all'Alberti e al Bramante: il suo stile è perciò piuttosto accademico tranquillo (arcate, bugnato, ecc.), ma anche grandioso e monumentale».
Riposano le sue ossa nel Pantheon. Il Carducci in una strofa del noto sonetto «Santa Maria degli Angeli» ricorda quanto spazi alta nell'aria la maestosa cupola di S. Maria degli Angeli:


«Frate Francesco, quanto d'aere abbraccia
questa cupola bella del Vignola
dove incrociando a l'agonia le braccia
nudo giacesti sulla terra sola ».